Comune di Roma, la sorte di Ignazio Marino nelle mani di Matteo Renzi

Dopo il ritiro del decreto Salva Roma, per salvare i conti della capitale serve un provvedimento ad hoc

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Le cose si complicano per il Campidoglio. Infatti dopo che stamane il Governo ha ritirato il cosiddetto decreto “Salva Roma” sul quale non ha voluto chiedere il voto di fiducia in aula a Montecitorio, urge la presentazione di un provvedimento sostitutivo per evitare lo stato di default e l’inevitabile commissariamento del Comune. Secondo fonti di agenzia il nuovo provvedimento sarà pronto entro venerdì, data di scadenza del precedente decreto.

UN ALTRO TESTO AD HOC – Nel frattempo approderà sul tavolo del Consiglio dei Ministri  la bozza di un testo già predisposta. I tecnici sono ancora al lavoro per concordarne contenuti e forma, ma appare   improbabile che si opti nuovamente per un decreto legge che dovrà comunque passare prima al vaglio del ministro dell’Economia. Questo, nella sostanza, quanto emerso  dall’incontro a Palazzo Chigi tra il sindaco di Roma, Ignazio Marino, e il sottosegretario Giovanni Legnini che risulta ancora in carica pro tempore. Intanto il sindaco sceglie la linea dura e annuncia che se «l’idea è che Roma debba chiudere, che le municipalizzate debbano fallire e i dipendenti del Comune debbano essere in gran parte licenziati, quello è un altro lavoro, e per farlo verrà nominato un commissario liquidatore».

SENZA METTERCI LA FACCIA – Poi si è difeso affermando di aver ereditato un buco di 816 milioni al quale da diversi mesi sta cercando di porre rimedio. «In questo momento – ha aggiunto – non ho davvero nessun interesse a mettere la faccia su un disastro che era evidentemente annunciato». Prima di entrare in riunione a palazzo Chigi Marino aveva invece affermato di non voler minacciare le dimissioni ma solo di voler capire qual è la sua «job description», che per il volgo vorrebbe significare finalità del suo lavoro e posizione, visto che non vorrà mai fare il Commissario “liquidatore”. Aggiungendo «credo semplicemente che devo essere messo nelle condizioni di governare la città» perché «Roma non si governa in dodicesimi» come aveva fatto il suo predecessore Gianni Alemanno. Insomma il sindaco non vuole metterci la faccia, ma è su quello difficile fare previsioni sui contenuti del nuovo provvedimento che comunque dovrà tener conto del sostanziale fallimento del primo che aveva visto l’opposizione non solo della Lega e del M5S ma anche di consistenti settori del parlamento. Opposizione  che ha sconsigliato di porre la fiducia sul decreto come primo atto del governo Renzi. Per di più si allungano i tempi per la definizione del bilancio consuntivo 2014, mentre gli effetti del primo decreto dovrebbero preservare quello preventivo approvato solo il dicembre scorso grazie al colpevole ritardo di Alemanno e della sua maggioranza.

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