Alemanno parcheggia nell’Officina vicino a Giorgia Meloni

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«Oggi è per me un giorno particolare: il mio ultimo giorno nel Pdl. Domani aderisco a Officina per l’Italia. Berlusconi lo sa da inizio estate». La notizia arriva dall’ex sindaco di RomaGianni Alemanno che salta su questa nuova locomotiva della destra che ha l’ambizione di raccogliere tutte le voci della diaspora nera o grigia che sia. Altre voci dicono che l’Officina sia una sorta di contenitore dove parcheggiare un po’ di gente nota, per non dar fastidio a Giorgia Meloni che negli ultimi tempi sarebbe piuttosto affaticata, se non distante dalle vicende politiche.Qualcosa del genere deve aver fiutato quella vecchia volpe di Francesco Storace che non a caso tenta di resuscitare il simbolo di Alleanza Nazionale con un lancio di manifesti con tanto di simbolo. Nonostante la riesumazione del glorioso logo c’è anche una gran fretta di liquidare l’ombra di Gianfranco Fini, già provato dal fallimento di Futuro e Libertà, che Alemanno ci assicura sia intento solo a scrivere libri mentre si tiene ben alla larga dalla politica. Amen. Dall’intervista dell’ex sindaco ad “Agorà” tuttavia non si comprende perché Alemanno abbia indugiato nel Pdl sino ad oggi.Proprio lui, che con l’intervistatore si vanta di aver voluto le primarie di quel partito già lo scorso anno. Un Plebiscito «forse» per il Cavaliere che così avrebbe potuto addirittura «trovare quello 0,35% che ci è mancato per scavalcare il centrosinistra». Infine, con un velo di tristezza e rimpianto, ci spiega che lui è uscito dal Pdl perché era stanco (dopo cinque anni) «di un partito che non faceva i congressi.» E se invece Gianni si fosse sganciato da Berlusconi l’anno scorso? Un sindaco di una destra populista, ma non del Pdl che magari avrebbe potuto rimediare qualcosina di più di quel 0,35% alle comunali.Invece le cronache dicono che Gianni, con l’acqua alla gola, abbia pregato Silvio di dargli un aiuto ben più fraterno che non la sofferta presenza a quello dello striminzito comizio di chiusura. Una breve e poco convinta comparsata al Colosseo, dove il capo indiscusso del Pdl mostrò tutto il suo distacco da un sindaco che aveva cominciato punzecchiarlo. A cominciare da quel tentativo di passare con i “responsabili” di Alfano che non volevano far cadere (anche allora) il governo  Monti. Gianni, che non è affatto uno sprovveduto, aveva fiutato da tempo il ciclo calante del Cavaliere. Solo che non ha avuto il coraggio di levare la testa più di tanto. Come invece fece Fini con il celebre «Che fai mi cacci?» che segnò comunque una svolta (ancor poco apprezzata) per le sorti della II repubblica. Oggi anche Alemanno rischia di finire la sua carriera scrivendo libri.