Atac, lo spettro della privatizzazione

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La paura corre sul filo (metaforico) in Atac. Apparentemente le apprensioni più angosciose riguardano il futuro dell’azienda e soprattutto ilrischio della privatizzazione. Così corrono voci (antiche) che già vedono la metro in mano alleFerrovie di Moretti. Altre che temono lo spezzatino dell’azienda dove i bocconi migliori possano finire sulle tavole dei privati e tante altre voci che si rincorrono nonostante le rassicurazioni bonarie dell’assessore Improta.Che il nemico fosse alle porte lo avevano paventato i sindacati, in primis la Cgil a maggio, con un  fuoco di sbarramento ben prima che il nuovo AD  Broggi da Milano occupasse la poltrona lasciata libera da Diacetti che a metà del luglio scorso aveva lasciato mestamente l’incarico con il quale Alemanno l’aveva miracolato. Lui proveniente da Risorse per Roma, dopo che il sindaco aveva sfiduciato Tosti nell’estate dello scorso anno  per contrasti sul piano industriale e per una idea di governance non apprezzata a destra.Poi la botta è arrivata giorni fa  quando il direttore generale Cassano è stato dimissionato da Broggi che sta rimaneggiando il management recuperando dirigenti che erano stati nella manica di un’altro ad. Quel Maurizio Basile, già capo di gabinetto di Alemanno ,  succeduto nell’ottobre del 2010 a Bertucci dopo lo scandalo di parentopoli  che gli era costata la poltrona conto terzi (leggasi Alemanno). Ma è quando il Broggi da Milano fa fuori  Cassano che alti lamenti si levano dalle prefiche del  Pd che accusano Ignazio Marino di essersi mosso con scarsa condivisione e lamentano il ritorno in Atac di molti dirigenti che furono con Basile.Dov’è il rinnovamento? Si chiedono scandalizzati.  Guardandosi bene dal ricordare che la nomina di Cassano e Tosti  avvenne nell’aprile 2011 dopo una lunga trattativa fra il sindaco e il Pd secondo  consolidate logiche consociative.  Una soluzione che tutto il partito, dal suo ex segretario cittadino  Miccoli all’allora capo gruppo Marroni, non esitarono a definire salvifica per il futuro dell’azienda, sottoponendosi ad un estenuante ciclo di incontri con i lavoratori. Ma Ignazio, si sa, non è certo uomo delle decisioni collegiali e aborre il consociativismo. Così a luglio scorso il duo Marino/Improta spariglia le carte e arriva il Broggi da Milano che, contrariamente all’assessore,  di trasporti non se ne intende gran che, ma di finanza tanto. A lui la mission impossible di rimettere in piedi Atac. Che male c’è se recupera qualche dirigente e forse pezzi del piano industriale di Basile?  In fondo l’ex capo di gabinetto di Alemanno, ma anche vicino a Veltroni che lo nominò AD di Aeroporti di Roma, aveva le idee chiare.  Osò, ad  esempio, proporre l’aumento delle tariffe che poi Tosti attuò.Dopo parentopoli, si era messo in mente di tagliare gli organici amministrativi gonfiati a dismisura. Voleva verificare la produttività di autisti e operai e quindi la convenienza delle linee. Per non parlare del reinserimento di bigliettai e controllori per riassorbire qualche esubero . Poi toccava riportare all’interno dell’azienda le attività di manutenzione ed officina polverizzate negli appalti esterni. Per non parlare del controllo sulle milionarie forniture ad Atac. Ma la madre di tutte le leve finanziarie doveva essere la vendita delle strutture immobiliari di Atac  dismesse. Come fu successivamente deliberato da Comune nel giugno 2011 senza che ad oggi si sia ancora venduto un mattone. Il successivo piano Tosti/Cassano, va detto per correttezza, non era molto differente, ma più morbido per quanto riguarda i tagli e l’aumento della produttività, solo che Tosti si trovò ad affrontare un braccio di ferro con l’allora assessore Aurigemma che in quel momento rappresentava (con  Laboratorio Roma)  la chiave di volta in Consiglio per tenere in piedi Alemanno sino alle elezioni.Oggi Atac attende una boccata di ossigeno dai circa 200 milioni della Regione immobilizzati per pagare il debito sanitario e che solo il Governo può sbloccare. Ma anche fosse, si sa che non saranno risolutivi per risanare l’azienda. Lo sanno i sindacati, lo sa la sinistra, lo sanno tutti, ma il solo evocare  qualche forma di privatizzazione fa venire l’orticaria. Allora tanto vale attendere i tagli di Broggi. Poi magari una pezza potrebbe mettercela il governo Si (ripetiamo) ma quale?