La Repubblica degli astenuti

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I sondaggi pre-elettorali rappresentano ormai un dato costante della vita politica italiana, riempiono pagine di giornali e dilagano negli spazi televisivi e sulla rete. Quotidianamente compulsati dagli addetti ai lavori orientano la loro propaganda e condizionano i loro programmi, turbano i sonni dei politici o vengono utilizzati a piene mani per ostentare improbabili successi.

Anche gli istituti più accreditati, che dai media e dai politici vengono pagati, qualche volta toppano come è avvenuto per le politiche o ci azzeccano come per le amministrative di Roma anche se nessuno ha previsto la divaricazione di consensi al ballottaggio fra Marino ed Alemanno. La principale causa di questa mancata previsione è stata giustamente imputata all'alto numero di astenuti che ha caratterizzato il primo e secondo turno rendendo difficile fare una previsione attendibile.

Eppure passate le frenesie elettorali è giunto il momento di sondare l'opinione di quel 50% e passa di cittadini che non è nemmeno andato a votare o ha disperso e annullato il proprio voto. Il ragionamento fila se si pensa che quello degli astenuti o dei non votanti sarà sempre di più il partito maggioritario degli italiani secondo la storia dei modelli anglosassoni o statunitensi, dove tuttavia proliferano altre forme di partecipazione civile. Si tratterebbe in sostanza di monitorare un partito che non dà consensi e quindi non offre occasioni di potere e poltrone, non paga i sondaggisti ma incombe come un convitato di pietra sulla classe politica alla quale, volenti o nolenti, si vanno allineando anche gli eletti grillini a dispetto dei blog, delle consulazioni in rete e di tutte le diavolerie informatiche che Grillo e Casaleggio si possono inventare. Eppure qualche sondaggio che ci descrive gli umori del popolo è ancora ben presente sul sito della Presidenza del Consiglio (dove vengono obbligatoriamente pubblicati) e basta scorrerli per capire gli umori della gente che negli ultimi anni ha ridotto la propria fiducia nei politici a non più del 4%, massimo 8%. Tanto che la sfiducia nella possibilità dell'attuale governo (e probabilmente di qualsiasi altro governo) di risolvere i problemi di questo paese raggiungeva un abbondante 70% degli intervistati come riportava un sondaggio svolto nella civilissima Emilia Romagna il maggio scorso.

In aprile, mentre dilagavano i sondaggi sulla formazione del nuovo governo e sulla presidenza della repubblica, la Lorian Consulting rendeva noti i risultati su una batteria di domande estremamente interessanti. Una sorta di psico-sondaggio basato su parole chiave. Alla parola rabbia rispondeva il 49% degli intervistati, seguita da incertezza 45%, mentre solo l'11% si esprimeva positivamente sulla parola fiducia, per non parlare di felicità ridotta ad un misero 5%. Mentre per il futuro le parole chiave più apprezzate erano cambiamento 43%, serietà 31%. L'istituzione più affidabile era allora la Presidenza della Repubblica mentre il Comune raggiungeva 47% e la Regione 37%, a seguire Parlamento 31%, sindacati 19% e partiti 12%. Infine fra le priorità gli intervistati indicavano: creare occupazione 47%, rilancio della piccola e media impresa 35%, Investimenti pubblici 31%. A seguire riduzione dell’IMU 27, riduzione degli stipendi e dei privilegi dei politici 25% e reddito di cittadinanza 13%.

Dati opinabili, frammentari se volete, ma che dimostrano priorità e bisogni che la politica evidentemente non soddisfa più. Figuriamoci per una città strana e smagata come Roma, dove anche le clientele contano eccome, dove il posto pubblico oggi meno garantito è onnipresente, il tessuto produttivo e l'innovazione fragili. Non è allora difficile credere che più di un romano su due abbia rozzamente pensato: «Se faccio eleggere loro a me cosa ne viene? Tanto per me e la mia famiglia non cambia niente». Meccanismo psichico egocentrico e asociale, dirà alzando il ditino il solito intellettuale di sinistra. Non a torto, ma la tanto osannata morte delle ideologie (dove tutti i gatti sono bigi) e soprattutto dell'etica in politica porta inevitabilmente a questi risultati. Altro che estinzione della berlingueriana questione morale. Tanto più nella “Grande Bellezza” della Capitale, si scorgono le piaghe dolenti di un Paese ripiegato su se stesso che non crede e non spera più.

Giuliano Longo