Ricchi e poveracci. A Roma il primato della diseguaglianza

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Una crisi recessiva di queste dimensioni, la peggiore dopo quella del 1929, impone a un paese civile grande attenzione per la giustizia sociale e la solidarietà, soprattutto in questa capitale d'Italia dove l'11% delle famiglie ha già raggiunto o superato la soglia di povertà. Dove la disoccupazione è oltre il 10% e il 40% dei giovani non trova lavoro. Eppure Roma oggi appare una città dove equità e solidarietà latitano, almeno a leggere i dati forniti dal centro studi della Cgil LAB e presentati ieri dal suo presidente Agostino Megale al centro Congressi di via Cavour.

Numeri e dati sui quali un gruppo di parlamentari di sinistra sta preparando un progetto di legge per temperare le ineguaglianze salariali, mentre, per parte sua, la Cgil lancerà una proposta legislativa di iniziativa popolare raccogliendo almeno 100.000 firme. Un po' sul modello del recente referendum svizzero che ha posto un tetto ai compensi dei top manager della finanza. L'alternativa, il modello, che la Cgil propone è quello di un rapporto fra massimo e minimo di 20 a 1, lo stesso che oggi differenzia la retribuzione dei Governatori della Banca Europea e della Banca D'Italia rispetto ai livelli più bassi dei loro dipendenti. L'Italia e Roma sono fra primi nella classifica mondiale della disuguaglianza dove il primato spetta proprio al mondo della finanza, dove il rapporto fra top management e dipendenti è di 167 a 1.

Non serve Pico della Mirandola per capire quale sia il livello di ingiustizia retributiva di fronte a stipendi medi dei lavoratori di 1300 euro mese che scendono a 900 per i giovani, più o meno precari, o ai pensionati della nostra città che nel 50% dei casi arrivano a malapena a 700 euro e nell 14% sopravvivono con 500. Se poi consideriamo che il potere d'acquisto dei lavoratori e dei pensionati a reddito fisso è andato via via erodendosi senza che siano aumentate le prestazioni sociali di questa città, ci sarebbe da lanciare un grido, anzi un urlo d'allarme al quale la politica tutta, grillini vocianti compresi, non riesce a dare risposta. Roma dunque è il modello di questa sofferente diseguaglianza se si pensa che con gli stipendi dei primi 7 top manager capitolini si sarebbero retribuiti ben 2000 nuovi posti di lavoro. Certo, nessuno pensa (e tanto meno il sindacato) di agitare una scomposta ideologia falsamente, o impossibilmente, ugualitaria (livellatrice). Inoltre il modello del mondo finanziario non è certo il più adatto per fare raffronti.

Ma se si pensa che nelle municipalizzate capitoline (che alla finanza attingono a piene mani per indebitarsi), il rapporto è di 20 a 1 e che solo gli amministratori delegati di queste società in 4 anni hanno percepito quasi 9 milioni di euro, c'è da riflettere soprattutto perché si parla ad aziende sull'orlo del disastro e che costano ai contribuenti milioni e milioni di euro. Ma vediamoli nel dettaglio questi dati. Lasciamo perdere per un attimo il settore privato, dove nel 2012 il top management dell'ENI ha percepito ad esempio l'anno scorso 6 milioni e 397mila euro e dove chi 'guadagna meno' sono i manager del gruppo Caltagirone che nel complesso hanno portato a casa per quell'anno 'solo' un milione e 743mila euro. Veniamo invece alle municipalizzate di casa nostra. Qui scopriamo che Atac per il suo management, negli ultimi 4 anni, ha scucito un milione e 673mila euro, quasi un milione e mezzo Roma Metropolitane, invece AMA un milione e 200mila, Risorse per Roma quasi un milione a pari merito con Roma Servizi per la Mobilità, seguite da Eur spa a 900mila, Zetema 850mila e Roma Entrate

660mila. Cifre ovviamente che vanno ripartite fra i vari manager di ogni singola municipalizzata dove i consigli di amministrazione e i vertici sono stati vorticosamente cambiati negli ultimi cinque anni da Alemanno con laute liquidazioni agli esclusi di volta in volta. Trattasi comunque di stipendi che notoriamente superano i 200mila euro lordi annui e in alcuni casi sfiorano o hanno sfiorato i 300mila. In un contesto cittadino dove dilaga la penuria, quel 10% circa di riduzione dei compensi voluto da Alemanno rasenta il ridicolo, soprattutto per società che trascinano da anni disastri finanziari e spesso offrono servizi scadenti. Se poi vogliamo attribuire a Roma la palma della iniquità basta guardare il dato che segue. Su poco più di 2.700.000 abitanti solo 127.000 sono i multimilionari che hanno un patrimonio medio superiore ai 10 milioni di euro. Ma questi 127.000 rappresentano la metà di tutti i milionari d'Italia.

Roma città dei ricchi? Pare proprio di sì. In questa metropoli dove ogni mille abitanti circolano 978 veicoli a motore perché il trasporto pubblico è allo sbando, la forbice della diseguaglianza si allarga fra chi è sempre più ricco e chi invece è destinato ad impoverirsi. Se, afferma la Cgil, non si vedrà una svolta radicale per l'occupazione, gli investimenti e il recupero della diffusa e cronica evasione fiscale questo Paese e questa città sono destinati a rimanere inchiodati nella recessione sino al 2023. Questa è la partita ma senza le carte dell'equità della giustizia e della solidarietà rischia di essere persa per sempre segnando un inarrestabile declino.