Sfida per il Campidoglio, 7 giorni e si chiude: gli ultimi sussulti

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Evvai, ormai tutti i maggiori concorrenti hanno scelto le piazze dove si svolgeranno i comizioni finali con sventolio di bandiere, inni e folle entusiaste. Ma sarà veramente così?

Non tira una gran bell'aria in città. Una campagna elettorale sotto tono, un po' moscia a nostro avviso. D'altra parte tre competizioni elettorali in pochi mesi (Politiche, Regionali e Comunali più primarie della coalizione di sinistra), potrebbero aver indotto a una certa, indifferente assuefazione, ma soprattutto aver sfiancato quelle macchine elettorali che sono divenuti oggi i partiti.

Sia come sia Grillo se ne va a Piazza del Popolo, ma lui ha la rete e forse per questo non si vede un gran movimento attorno al suo candidato De Vito, che invece si adegua (anche lui) alle comparsate televisive previa autorizzazione del suo boss Beppe. Ma la rete, si sa, lavora silenziosamente e poi Grillo, se non altro, fra insulti e minacce fa sempre spettacolo, che piace tanto a molti italiani quando si tratta di sputtanare i politici ladroni.

Più complicata, anzi coraggiosa al limite della temerarietà, la scelta del candidato della sinistra Ignazio Marino, che vuole riappropriarsi di piazza San Giovanni dopo l'ultimo en plein del grande istrione che ancora brucia a sinistra. Sarà forse questo desiderio di revanche, questo scatto d'orgoglio del Pd a salvare il comizio. Una sorta di resurrezione per i Democratici che tutti si augurano ma nessuno assicura. Intanto il chirurgo candidato se la prende con il sindaco Alemanno per aver scelto il Colosseo per la chiusura della campagna elettorale. -«Per fare campagna campagna elettorale – ha detto ieri Marino in visita agli studios ex De Paolis- non si possono usare i propri simboli istituzionali». Aggiungendo ironicamente che Alemanno ha anche riempito gli autobus con le sue foto, con la fascia da sindaco «ma questo è positivo perché pagherà una multa che il Comune incasserà quando sarò sindaco io».

Certo il Colosso è simbolo di romanità che a destra evoca pur sempre scenari di glorie trascorse, non a caso agli inizi del suo mandato Alemanno aveva promesso una Disneyland dell'impero romano, con tanto di centurioni, senatori e vestali che giustamente l'allora assessore Croppi gli affondò per palese pacchianeria. Il Colosseo è tuttavia uno spazio un po' più angusto da occupare, soprattutto per chi passerà alla storia come Gianni Alemanno. Comuque l'effetto scenico è assicurato, soprattutto per quel nucleo duro di claque che in genere Gianni riesce a rimediare anche precettando un po' qua e un po' là fra i dipendenti del Comune. E poi questa volta si gioca una partita troppo importante perché possano mancare gli entusiasti sbandieratori del Pdl, dei Fratelli D'italia e di Storace (almeno una bandiera a testa per fare più allegria).

Anche l'imprenditore Alfio Marchini vuole la sua piazza e fa una scelta più mirata e decentrata, giusto per non aggiungere caos a caos quel venerdì nel centro già congestionato di Roma. Così dicono dal suo staff. E allora Alfio decide di chiudere a Villa Schuster, proprio dietro la basilica di San Paolo. Scelta inconsciamente (forse) evocativa di quel "civis romanus sum" che Saulo in catene rivendicò per essere processato davanti all'imperatore. Il sabato successivo, giorno di solo apparente tregua elettorale, spetterà ai gazzettieri plù esperti stimare i numeri della partecipazione che in genere vengono impietosamente falcidiati dai rapporti della questura. Ma tant'è, perché anche se qualche centinaio di migliaia di cittadini (nella migliore delle ipotesi) dovesse invadere le piazze di Roma per la chiusura di questa campagna elettorale, ne resterebbe fuori sempre qualche milione, che sono poi quelli che decideranno le sorti del voto, almeno al primo turno. Poi sarà un'altra ed imprevedibile danza.  

Giuliano Longo