Precari comunali, Storia di un’ingiustizia

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Sono circa 175 dipendenti, appartenenti ai più diversi profili professionali, della pubblica amministrazione capitolina. Tutti precari da più di 60 mesi, questi dipendenti di Roma Capitale non potranno rinnovare il contratto a tempo determinato, già rinnovato a suo tempo, e si apprestano a un triste destino (alcuni sono precari da addirittura 12 anni). L'iter che ha portato a questo stallo è lungo e si snoda negli anni: prima lavoratori con la co.co.pro, poi stipendiati da contratti interinali; in seguito, nel 2007, il concorso per i posti a tempo determinato e l'assunzione, il rinnovo ormai in scadenza e tante nubi su un futuro incerto.

La la vicenda è lunga e va ripercorsa con ordine perché, proprio le elezioni, potrebbero dare il via ad un triste fenomeno di scambio “voto-posto di lavoro”: ciò farebbe affluire altri dipendenti con contratti temporanei nei reparti di Roma Capitale ingigantendo il fenomeno del precariato. Nel 2010 viene indetto un bando per il così definito “concorsone”: un concorso pubblico atto alla ricerca di 22 profili professionali che non riserva, però, alcun posto ai dipendenti a tempo determinato (nonostante la riforma Brunetta prevedesse già questa ipotesi).

Passano così due anni in cui la vicenda arde sotto le ceneri; due anni caratterizzati da molti incontri con il direttore del Dipartimento Risorse Umane del comune che non riesce a far fronte alla vicenda. Si arriva così al 3 dicembre 2012, all'incontro con Gianni Alemanno con cui, i precari, discutono della difficoltà diprocedere ad un'assunzione a tempo indeterminato. Il nodo cruciale della questione sembra essere la mancanza di una disposizione normativa a livello nazionale che sancisca le modalità delle assunzioni.

Così, quando il 21 dicembre, viene approvata la Legge di Stabilità 2013 i precari tirano un sospiro di sollievo: la legge 228/2012, infatti, introduce una novità normativa fondamentale per i precari della pubblica amministrazione: l'assunzione a tempo indeterminato, per i dipendenti con almeno 36 mesi di servizio, tramite concorsi che prevedano almeno il 40% dei posti a loro riservati.

Ma non c'è possibilità di festeggiare la conquista. Al tavolo della trattativa, tenutosi l'8 febbraio 2013 l'amministrazione resta infatti completamente indifferente alla nuova previsione di legge, nonostante sia teoricamente tenuta ad allinearsi con la stessa: malgrado si dicesse impaziente di avere una normativa per risolvere la situazione, l'Amministrazione capitolina tradisce i suoi precari e, ancor più grave, tradisce la legge. Il tavolo dell'intesa viene rinviato al 12 febbraio 2013 senza che però un accordo venga trovato, anzi: i sindacati, CGIL esclusa, firmano un'intesa fumosa che favorisce nuove assunzioni ma che soprattutto non risolve la questione del precariato. protestando per le nuove disposizioni, i dipendenti non vogliono scatenare un'inutile guerra tra precari ma cercare, tramite il dialogo con le istituzioni, di favorire una soluzione definitiva alla questione.

Nonostante questo, il 4 marzo 2013 viene ancora una volta sottoscritto un accordo firmato dai sindacati (tranne CGIL e USB) che non offre soluzioni per uscire dalla morsa del precariato e che, anzi, ribadisce l'impossibilità di un dialogo a senso unico. La situazione è ancora in evoluzione: altri tavoli e incontri sono previsti, ma quello che dovrebbe essere la “naturale evoluzione” di un rapporto lavorativo sta divenendo la naturale dimostrazione di cosa non funzioni in Italia. Questi accadimenti, inoltre, dimostrano tutti i limiti di un'amministrazione che non riesce a confrontarsi senza imporre e che non riesce a mettersi nei panni dei propri dipendenti. Non si possono scatenare guerre per un posto di lavoro, né creare conflitti in questo senso: di incertezza si muore ogni giorno.

Roberto Rosi