Il bunker di Alemanno

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L'altro ieri il Tempo, quotidiano certamente non ostile al centrodestra, sviluppava alcune considerazioni sulla recente svolta politica di Alemanno che tende vieppiù ad imporsi quale leader nazionale del Pdl con posizioni autonome spesso confliggenti con quelle dell'alleato leghista. Svolta che i suoi fedelissimi vedono con preoccupazione per le sorti future dell'amministrazione capitolina soprattutto in vista delle comunali del 2013 che Alemanno ha da tempo avviato tutto da solo, visto che il competitor manca ancora. Se si trattasse solo di una svolta nella comunicazione, suggerita dal suo spin doctor (vedi articolo in pagina 2 del nostro giornale) poco male perché potrebbe indirettamente giovare ai suoi supporter aggrappati a qualche poltrona, ma il fatto è che il cerchio magico del sindaco va a restringersi pericolosamente disseminando il suo percorso di morti e feriti.

Due rimpasti di giunta, tre amministratori delegati all'Atac, due all'Ama, un continuo e vorticoso giro di poltrone in municipalizzate e direzioni amministrative, una continua catena di montaggio di nuovi capi di gabinetto; tutto questo bailamme in poco più di tre anni fra parentopoli e scandaletti vari più frutto della modestia insipienza di fidatissimi collaboratori che non di una precisa volontà di Gianni Alemanno. Sindaco che passerà alla storia di Roma per non essersi circondato o aver formato di una classe dirigente degna di tale nome, spesso impastata di spregiudicati pasticcioni sbarcati drittamente dall'attivismo neo fascista alla stanza dei bottoni capitolina. Che Alemanno non si fidi più di nessuno è noto, meno noto è che sta litigando con tutti all'interno del suo partito. Rompe ad esempio con Piso per riavvicinarsi a Rampelli che sino a ieri lo bastonava e mette un suo uomo, Benvenuti, alla presidenza dell'Ama. Ma soprattutto è in sofferenza la componente alemanniana che non riesce a trovare la dimensione di un tempo nonostante il lavoro della Saltamartini per recuperare dal basso circoli sfiduciati e municipi di destra passivi. Un Alemanno ondivago chiuso nel bunker con gli ultimi fedelissimi, propenso a stabilire le alleanze del momento a lui utili, magari trascurando le esigenze della sua corrente sacrificata e delusa.

Le cronache sono comunque piene delle sue esternazioni, della sua esposizione nazional populista a livello nazionale che lo spinge a tessere alleanze con Formigoni o a ripescarle senza esito con gli ex finiani recentemente riconfluiti nell'area berlusconiana quali Urso e Ronchi o a costruire un fragile asse con Renata Polverini che invece marcia per conto suo e con ambizioni più concrete e territoriali. Tempo fa alcuni dei suoi indicarono maliziosamente in questa svolta "nazionale" di Gianni Alemanno la volontà di aprirsi una via di fuga dalla situazione romana irrimediabilmente compromessa dalle varie parentopoli e da una amministrazione men che mediocre. Via di fuga prevista addirittura in caso di elezioni politiche anticipate. Voci, solo voci o inconsci desideri di avversari interni, perché ormai è evidente che la sua unica partita Alemanno se la può giocare solo a Roma perché dai grandi giochi per la successione di Berlusconi è escluso.

Il suo tentativo maldestro di sostituirsi in qualche modo a Fini, prima nel cuore del Cavaliere e oggi all'interno del Pdl è destinato ad accrescere le paure nella sua corrente, alimentando estemporanee ambizioni quali quelle manifestate da qualche avvenente vice sindaca, mentre la corrente alemanniana si sgretola, perde i contatti con le periferie e con quelle vocianti e corporative categorie (sinanco i paninari di Ostia) che garantirono il suo successo del 2008. Degli artefici di quella vittoria Croppi è ormai fuori dai giochi, Panzironi è in ritirata e chiuso nel rancore dell'esclusione, Mancini in forse nella sua permanenza ad Eur spa, Rampelli critico secondo le convenienze del momento e poi gli Aracri, e tanti altri che oggi si sentono esclusi e non confidano certo nelle progressive sorti nazionali di Alemanno. La morale di tutta questa vicenda è che sta per finire l'era delle sofisticate campagne di immagine, soprattutto quando manca la sostanza dell'agire politico.

G.L.