Atac, smobilizzo dei beni ma senza un piano industriale

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Come abbiamo riportato ieri ben otto consiglieri del gruppo capitolino del Pd lamentano che si andrà al Consiglio straordinario su Atac senza un piano industriale e con una discutibile procedura di smobilizzo delle risorse immobiliari di Atac Patrimonio. Sembra quasi incredibile che in questi anni con un assessorato alla Mobilità del Comune, un dipartimento dedicato, il VII, e l'Agenzia di Roma Servizi per la mobilità non si sia stati capaci di mettere in piedi un minimo di strategia, rinviando continuamente, in nome di una scoperta demagogia, l'aumento delle tariffe di trasporto a 1,20/1,50 euro, con il bel risultato di dissestare ulteriormente il conto economico della già disastrata società di trasporto.

Certo che le idee confuse in questi anni della gestione Alemanno non sono mancate. Ad esempio quella di affidare ai privati la linea della metro C sulla base di un fantasioso project financing che darebbe in concessione quella linea a un privato, mentre impellente è la necessità di coordinare tutti i trasporti, compresi quelli metropolitani concessi e quelli ferroviari, tramite un unico gestore. Soluzione questa che consentirebbe peraltro di razionalizzare l'utilizzo degli addetti dei vari comparti adottando anche criteri di flessibilità e produttività nell'organizzazione del lavoro. Ma per non parlare di aria fritta, domani in Consiglio, occorrerà che l'Amministrazione e i gruppi sciolgano una volta per tutte il nodo dell'eventuale ingresso di privati nel capitale di Atac. Ipotesi peraltro potabile per gli investitori solo a seguito di una riorganizzazione industriale che dovrebbe riguardare non solo il personale, ma anche la manutenzione di mezzi e impianti e l'ammodernamento dei mezzi circolanti. Questo implica un diverso rapporto con i fornitori che sino ad oggi ha suscitato scaldaletti e polemiche per alcune modalità di affidamento dei lavori, in molti casi in permanente proroga. Se si pensa di risolvere i problemi di Atac solo con la vendita, o più probabilmente svendita, del suo patrimonio immobiliare si rischia di ridurla sempre più ad un'azienda assistita e non competitiva, tenendo conto che i tempi per condurre a termine tutta l'operazione non saranno certamente brevi e crescerà contestualmente il livello dell'indebitamento.

Ma ancora una volta, in tutta la complessa operazione di smobilizzo, sembra prevalere la solita scorciatoia, cioè la logica apparentemente più fruttuosa della speculazione immobiliare e dell'uso del territorio capitolino senza una "vision" di quella che dovrebbe essere una grande azienda di trasporto pubblico a livello europeo. Se a questo evidente limite, aggravato in questi anni da una gestione clientelare e sprecona (per non dire dilapidatoria) dell'azienda, si aggiunge una perenne vocazione a risolvere prima i problemi delle poltrone senza affrontare quelli del riassetto industriale, si corre davvero il rischio di consegnare a chi verrà dopo Alemanno, se mai e quando sarà, un'Atac allo sbando, ormai priva della garanzia del suo patrimonio immobiliare. Sorprende quindi che le considerazioni degli 8 consiglieri del Pd "dissidenti" non coincidano con quelle di tutto il gruppo capitolino di quel partito che pure sulle nomine, in particolare per quella del direttore generale Cassano, si è imposto prima ancora di aver disponibile uno straccio di piano industriale. Una partita al buio, non risolvibile solo con lo slogan della difesa a oltranza dei lavoratori di Atac.

Giuliano Longo