Atac. Cambiano i vertici, restano i problemi e l’eredità di Bertucci

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Non basta evidentementecambiare i vertici di un'azienda per segnarne un destino nuovo, anzi gli altarini (o altaroni che siano) si scoprono dopo. Solo che ancora una volta sono stati scoperti quelli del solito Bertucci, l'amministratore che ha preceduto quel Basile dimissionato da Alemanno. Il problema sembra inquietare anche settori dell'opposizione e del Pd in particolare che pure si è prodigato per la salvezza dell'ATAC tanto da annoverare fra i suoi uomini in quota un direttore generale, Cassano, e un consigliere di amministrazione, Signorini. Infatti come pubblicato da "Cinque Giorni" sabato scorso, il vicepresidente dei democratici romani Piva, chiedeva chiarimenti al suo partito su tutta la recente operazione Atac.

Davvero curioso. Il fatto è che la solita stampa aveva tirato fuori nei giorni scorsi la faccenda delle sette lettere che sarebbero state scritte da Adalberto Bertucci, per estendere l'indennizzo di altrettanti dirigenti da due a cinque anni in caso di risoluzione del contratto. Secondo il quotidiano che ha fatto luce sulla vicenda, le lettere, 'rinvenute' da Basile, sarebbero potute costare all'azienda ben quattro milioni di euro. Una bella sommetta soprattutto per un'azienda che si appresta a smobilizzare il proprio patrimonio immobiliare per tappare le voragini di bilancio. E' anche vero che in merito alle notizie sui trattamenti 'preferenziali' concessi nel corso delle passate gestioni ad alcune figure dirigenziali di Atac, l'amministratore delegato Carlo Tosti, ha inviato immediatamente una lettera a tutti i dirigenti dell'azienda "al fine di promuovere un'azione conoscitiva sulla situazione contrattuale dell'intera dirigenza aziendale e definire i provvedimenti più opportuni". E fra le righe si evince l'intenzione di accertare eventuali altri casi di 'scritture private' fra ex amministratori e singoli dirigenti che potrebbero non essere stati inseriti nei fascicoli personali dei dipendenti. Venerdì scorso, intanto, oltre un centinaio di persone, tra movimenti, centri sociali, studenti, precari e attivisti per il diritto all'abitare aveva occupato gli uffici dell'Atac in via Prenestina "contro la privatizzazione dell'azienda", la 'svendita' del suo patrimonio e la speculazione.

Ma se è vero che il presidio si è sciolto quando ai manifestanti è stato promesso un incontro con gli assessori Antonello Aurigemma (Mobilità), Carmine Lamanda (Bilancio) e Marco Corsini (Urbanistica) che avverrà il 6 giugno in Campidoglio, è anche vero che tira una brutta aria per il Comune. Infatti i comitati dei cittadini residenti presso le rimesse Atac da 'smobilizzare', si stanno già mobilitando quanto meno per vigilare su quello che potrebbe divenire uno dei più grossi affari immobiliari dalla Capitale. Prima della delibera della commissione bilancio sullo 'smobilizzo' si era riunito il cda dell'Atac il quale, giusto per non perdere tempo, aveva deciso il compenso dell'ad Tosti. Non più di 350.000 euro lordi annui, ovviamente in linea con le direttive ricevute dall'azionista Roma Capitale che vincola a quella cifra il tetto dello stipendio degli amministratori delegati delle aziende capitoline. Ma nel corso di quel cda sono state deliberate anche alcune variazioni organizzative fra cui l'istituzione della funzione "Integrazione processi aziendali", termine che può significare tutto o niente, ma sempre di personale si tratta perché i processi sono fatti dagli uomini. Inoltre si è deciso di accorpare l'attuale direzione "Affari societari, acquisti e valorizzazione immobiliare" alle attività afferenti la direzione "Affari legali", per l'azienda in tal modo si garantisce «il necessario coordinamento delle problematiche di carattere legale». Da capire se la direzione di questa neo «macro struttura» sarà affidata almeno a un avvocato. Nomine interne, nuovi asset e stipendi. Il primo passo dei vertici Atac lascia, a dire il vero, un po' perplessi. La vera sfida tuttavia è quella del piano industriale, e non vorremmo che venisse ripescato, paro paro, quello di Basile presentato lo scorso febbraio. Risulterebbe  ancora più difficile capire allora perché è stato fatto fuori.  

Giuliano Longo