Videocon, una montagna di debiti da smaltire

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 La sorte di Videocon continua a rimanere appesa alla volontà della proprietà indiana dei Dooth. Nell’incontro tenutosi lunedì sera presso il Ministero delle attività produttive, il nuovo gruppo arabo-canadese della Ssim ha ribadito che non intenderà assumersi il debito accumulato dallo stabilimento anagnino. I numeri sono per ora sconosciuti. Si parla di 78 milioni di passività ma è tutto da verificare. 

L’ormai ex proprietà indiana punta all’applicazione dell’articolo 182 bis per convincere il 60% dei creditori alla riduzione del debito. 

Ma servirà aprire una trattativa e i tempi si annunciano lunghi. Per l’immediato il Ministero ha suggerito la cessione in affitto del comparto che si occupa di assemblaggio di televisori, che prevede l’assunzione di 150 dipendenti. Non di più. Per i restanti 1200, tutto è rimandato alla presentazione di un piano industriale. Da una prima analisi tecnica presentata dai rappresentanti societari della Ssim sembra però che solo 850 sarebbero sicuri di un posto di lavoro in un arco temporale compreso tra il 2010 e il 2015. Nel dettaglio 150 sarebbero impiegati nell’assemblaggio dei televisori; 400 unità per la produzione di pannellature fotovoltaiche e 300 per il settore micro-eolico. Rimarrebbero fuori 400 persone. Per quanto concerne gli investimenti la società ha fatto sapere di avere subito disponibili 35 milioni di euro più un finanziamento di una Banca canadese che si aggirerebbe intorno ai 100 milioni. Ma sono solo delle indicazioni. Per avere i primi riscontri su carta bisognerà attendere la prossima riunione al Ministero per la discussione del piano industriale. «I nostri dubbi purtroppo sono aumentati – dice Mauro Piscitelli della Uilcem al termine dell’incontro – Si continua a parlare di intenzioni ma finora non abbiamo visto nulla di concreto. A dire il vero – continua – neanche gli annunci ci lasciano tranquilli perché non si sa come uscire dal debito e c’è ancora troppo confusione sul piano industriale. Ci dicono che la formazione non è necessaria e poi non ci spiegano perché 400 persone dovrebbero restare fuori. Il Ministero – continua – ci dice di accontentarci perché questa al momento è l’unica offerta. Chiederemo oggi in un assemblea ai lavoratori cosa ne pensano perché adesso è giunto il momento di sentire la loro voce.»


                                                                                                       Carmine Seta

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