Rai, niente pace tra gli ulivi

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A Viale Mazzini sta per  consumarsi una guerra senza precedenti. Dagli esiti imprevedibili. Tutti contro tutti. Una via di mezzo tra la “strage degli innocenti” (ma non si sa se gli innocenti lo siano veramente, ma soprattutto chi impersonerebbe la figura di Erode), e la famosa strage di S. Valentino del 1929 (anche in questo caso non si sa chi rivestirebbe il ruolo dei gangster e chi di Al Capone). Il momento storico è particolare, una svolta epocale per l’azienda pubblica che deve scegliere se continuare a vivere, e rinascere più grande prestigiosa di prima, o chiudere male i battenti, peggio dell’Alitalia, come vorrebbe Grillo, un solo canale con il canone senza pubblicità (quindi favorendo Mediaset).

Secondo lui così la Rai sarebbe libera dai partiti. Ma chi sarebbe a scegliere l’unico amministratore? E dove finirebbero i suoi dipendenti, collaboratori? E le aziende che in questi sessant’anni hanno creato professionalità e posti di lavoro per quali canali televisivi lavorerebbero? In sostanza la Rai Radiotelevisione Italiana, prima URI (Unione Radiofonica Italiana), poi EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche) e successivamente e definitivamente RAI, che ha il dna nella cultura e società italiana non deve in nessun modo cedere ai tentativi di ridimensionamento strutturale. Grazie al fatto di essere governata a turno più o meno da tutti è simbolo di pluralismo e libertà. La Rai è più grande della Fiat, ma purtroppo attira da sempre le antipatie degli abbonati, perché è associata alla politica (che in Italia è spesso mala-politica e mal-governo).

Per metterla al riparo bisognerebbe fare un ragionamento serio su canone e pubblicità, aumentare gli investimenti sul prodotto, e levare un po’ di film ed eventi sportivi a  SKY, che con i suoi tre milioni di abbonati con un canone variabile mensile di sessantacinque euro, settecentottanta euro all’anno, (contro i centododici circa della Rai) fa asso piglia tutto. Salvo poi le lamentele del pubblico quando si spendono milioni per i diritti sportivi, per i film di prima serata, per i compensi delle STAR. Telespettatori fate pace con la testa! Ritorniamo a Caino e Abele! Da quando Gubitosi ha offerto disponibilità d’ascolto a tutti i dipendenti (anche aprendo una casella e mail dedicata, o ricevendo semplicemente dall’ultimo fattorino al primo mega direttore del palazzo) è partito il tutti contro tutti.

Anni e anni di situazioni, malfunzionamenti e pettegolezzi quotidianamente sono riferite al direttore generale che utilizza le confidenze per far tremare la (ormai dimenticata) tranquillità dei vari settori dell’azienda. E quindi tanto lavoro per l’Internal Auditing. Quando può il DG va personalmente a verificare. Il problema è che alla fine però non si salvano i soggetti della delazione ma neanche i delatori, che per il loro atto, sono considerati poco affidabili. Ed ecco come uno strumento di democrazia e di disponibilità verso i dipendenti (che poteva servire a migliorare il servizio pubblico) si è trasformato in una sorgente di odio quotidiano. Dipendenti ma che figura state facendo? E’ Pasqua, come ha detto Francesco Primo, il nostro Pontefice PERDONO, PERDONO, PERDONO.

Carlo Brigante