Ama, dopo le audizioni alla Pisana il consigliere Patanè spiega in 20 pagine dubbi e sospetti sulla vicenda del bilancio

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Per chiarire gli sviluppi della situazione relativa al bilancio 2017 Ama, delle dimissioni dell’ex AD Bagnacani e della ex assessora Montanari, il consigliere regionale del Pd Eugenio Patanè dedica 20 pagine che definisce “integrazione relazione Presidente (della X Commissione Consiliare) Cacciatore (M5s)” che aveva liquidato mesi di audizioni con qualche succinta paginetta. 

Scorrendo la “integrazione” del consigliere ne risulta una vicenda zeppa di lati oscuri, di scontri legali, di pareri chiesti (eccetto quello dell’avvocatura del Comune che, come la sindaca Raggi, si è mai presentata in audizione) che getta numerose ombre sulla mancata (ancora) approvazione del bilancio della partecipata che ha rischiato di vedersi chiudere dalle banche le linee di credito che le consentono di vivere. 

I punti focali più critici di quella che potremmo definire la “contro-relazionedi Patanè riguardano la mancata approvazione del bilancio 2017; la mancata condivisione tra Ama Spa e Comune di Roma Capitale del Piano industriale; la mancata condivisione delle linee di sviluppo impiantistico e della raccolta differenziata a cui oggi tentano di porre affannosamente rimedio i nuovi vertici della società che già hanno di nuovo a che fare con una recrudescenza dell’emergenza rifiuti, a scadenza dell’ordinanza della Regione che ha ridato un po’ di fiato alla città.

Tutto nasce in occasione dell’approvazione di quel bilancio, quando si manifesta il contrasto tra l’ex Ad Lorenzo Bagnacani ed il Comune di Roma sulla sussistenza o meno di un credito/debito a vantaggio del Comune, quantificato in 60 mln di euro e relativo a prestazioni nell’ambito cimiteriale. 

“In particolare – è scritto nella contro-relazione – il braccio di ferro che ha portato alla rimozione di Bagnacani riguarderebbe i 18 milioni relativi ai servizi cimiteriali (mentre per i restanti 42 mln, relativi ai manufatti, sono stati richiesti ulteriori approfondimenti). A questo ammontare – secondo alcuni auditi – si potrebbero aggiungere a vario titolo altre somme”. 

Diciotto milioni che Ama vanta come credito nei confronti del Comune, e che il Comune vuole iscritti a debito anche se il bilancio della partecipata andrà inevitabilmente in rosso. Somma comunque irrisoria rispetto al bilancio della partecipata e che non parrebbe giustificare tutto il casino sollevato.

Gli attori dello scontro sono l’ad Bagnacani, il direttore generale del Comune Gianpaoletti, l’assessore al bilancio lemmetti (che evidentemente ispiravano la Raggi), mentre l’allora assessora Montanari risulta quasi “persona non informata dei fatti”. Scontro che si concluderà a febbraio di quest’anno con le dimissioni del’AD e dell’assessore sostituta solo a sei mesi di distanza.

Al centro (strumentale?) dello scontro c’è il parere già positivo nel 2017 del Collegio sindacale sul bilancio e negativo dopo qualche mese a seguito di un colloquio “informale” fra il presidente del Collegio Lonardo e il dg Giampaoletti.

Prima di questa svolta, Lonardo avrebbe addirittura consigliato “Ama Spa di fare causa al proprio azionista che non riconosceva i 18 mln come crediti della società, lo stesso Lonardo chiude pindaricamente la vicenda, ritirando il parere positivo dopo l’incontro con Giampaoletti, dicendo che ha ragione il socio a non approvare il bilancio, invocando l’articolo 10 del contratto di servizio….”  e affermando  che “le attività aggiuntive rispetto a quelle del contratto avrebbero dovuto essere dimostrate, asserendo che questa documentazione non è mai stata fornita”, affermazione contestata dall’azienda.

Così, il 27 dicembre il Collegio sindacale “esprime parere negativo con una relazione di circa settanta pagine in cui si leggono critiche ad Ama sia sotto il profilo finanziario che organizzativo. Un attacco alla società e ai suoi vertici che di fatto ribalta il parere positivo dato pochi mesi prima, ma senza che siano interventi nel frattempo fatti rilevanti tali da indurre ad uno stop così pesante (anche nelle motivazioni)”. 

Dopo aver elencato, cronologia, dati, pareri pro Veritate di illustri giuristi, il giudizio positivo sulla gestione Ama di una società di auditing e riportato stralci delle dichiarazioni rilasciate in sede di audizione, Patanè giunge alle sue conclusioni: “In queste poche pagine ci siamo limitati a mettere in luce le diverse versioni ascoltate nel corso delle audizioni sui singoli fatti, ma quello che più di tutto emerge in modo evidente è che si sia messo in atto un gioco allo sfascio di cui si dovrebbe tentare di capire quali siano i veri obiettivi.  Sono, infatti, tanti i pesanti dubbi che restano aperti e le ombre che si addensano sopra questi fatti che hanno occupato l’ultimo anno e mezzo della società”. 

Intanto perché appare incomprensibile “perché ci fosse una pervicace volontà del Comune di Roma, socio unico di Ama Spa di chiudere ad ogni costo in rosso sia il bilancio 2017 che il bilancio 2018.

Ma la prima ipotesi è che l’intenzione del Socio unico fosse quella di privatizzare Ama Spa valutando la possibilità di accedere al libero mercato sia per privatizzare l’azienda, sia per esternalizzare servizi, come prevede la Delibera dell’Assemblea Capitolina n. 52/2015 “Affidamento del servizio di gestione dei rifiuti urbani e di igiene urbana ad AMA spa”. 

La seconda ipotesi avanzata da Patanè è “che si volesse solo revocare l’intero CdA di Ama Spa senza dover sopportare i costi economici e politici di questa revoca (in tal caso) si tratterebbe di costruire la classica montagna per partorire un topolino, mettendo dolosamente e irresponsabilmente a rischio ottomila famiglie di lavoratori, l’indotto e il servizio dell’azienda”. 

La terza ipotesi, secondo lui più plausibile  “confermata purtroppo anche da questa commissione di indagine, (è quella) di assistere ad un film già visto. Ci riferiamo a quanto successo con Atac con gli stessi step che hanno portato al suo concordato preventivo” che consentirebbe al Comune di liberare risorse dal bilancio di Roma Capitale, alleggerendolo; di prendere tutti debiti della partecipata con un piano di rientro concordatario, scaricando il debito sui fornitori e sull’indotto con restituzioni sforbiciate all’osso e a babbo morto.  

“Perché – chiede Patanè – tutte queste ipotesi non sono state fatte oggetto di una discussione chiara e democratica in città e nelle sue sedi opportune senza usare mezzucci (come questo dei 18 milioni) ma alla luce del sole in un’interlocuzione e in un confronto seri in consiglio comunale?”  Invece “sottobanco si cerca di far chiudere comunque il bilancio in rosso, si mandano messaggi di allarme agli stakeholder, si mina il rapporto di fiducia con le banche, si crea allarmismo e, ultimo ma non ultimo, si crea un danno ai cittadini”. 

Così Patanè ci va giù duro e chiede “che la presente relazione unitamente ai processi verbali delle singole sedute di Commissione nonché ai documenti depositati dagli auditi vengano inviati al Procuratore regionale per il Lazio della Corte dei Conti affinché possa con i suoi poteri e strumenti di indagine contribuire a chiarire fatti e responsabilità nonché, ove ce ne fossero, le conseguenze in termini di danni erariali occorse all’amministrazione comunale e al bilancio consolidato del Comune di Roma”. 

Sarà ben difficile non ottemperare a queste richieste  ormai formulate ufficialmente in sede istituzionale.

Giuliano Longo

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