Stranieri e immigrati, una risorsa nazionale e “immobiliare”

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di Achille Colombo Clerici

Non ci sono dati  statistici ufficiali sull’apporto del lavoro degli stranieri immigrati all’economia del Paese, anche se alcune stime, di fonte privata, affermano che contribuisca – soprattutto con la gestione di oltre 600mila imprese – quasi al 9% del Pil, producendo  un valore aggiunto di circa 130 miliardi, e pagando 7 miliardi di tasse  e 11 miliardi di contributi previdenziali.

Secondo una ricerca di Scenari Immobiliari uno straniero/immigrato su cinque vive in casa di proprietà, due su tre in locazione, i restanti adottano, o sono costretti ad adottare, altre soluzioni abitative, spesso di ripiego. Se gli immigrati pesano sulla irrisoria disponibilità di alloggi pubblici – causa prima di tensioni sociali tra chi poco ha e chi nulla ha – e’ anche da dire  che dal 2006 al 2018 compratori stranieri e immigrati sono stati parti in scambi commerciali riguardanti 860.000 alloggi per un volume d’affari di circa 100 miliardi.

Nel 2007 si è registrato il picco degli acquisti (quasi il 18% del totale delle transazioni), ma la grande crisi – con la conseguente perdita del posto di lavoro che ha colpito in primis proprio gli immigrati, e le restrizioni alle concessioni di mutui bancari – ha ridotto notevolmente la loro influenza sul mercato immobiliare che oggi si attesta all’8/9% del totale delle compravendite.

Milano guida la classifica delle dieci province italiane  dove avviene il maggior numero di acquisti da parte degli stranieri. La Lombardia  rappresenta un quinto del mercato nazionale del settore. Il Nord Italia registra il 74% degli acquisti, il Centro il 22, il Sud, isole comprese, il 4%.

Interessanti le ricadute sociali, oltrechè economiche. L’immigrato vede nell’acquisto della casa un fattore di radicamento al territorio con il conseguente effetto di integrazione. Se quando è in locazione a causa di un lavoro precario, e perciò dal futuro incerto, preferisce vivere tra connazionali, in caso di acquisto della casa  è portato a scegliere quartieri abitati in prevalenza da italiani.

Evita in tal modo l’autoghettizzazione che, in diversi contesti sociali ed economici, porto’ alla costituzione di tante  “Piccola Italia” (o Irlanda, Polonia, per dire) in molti Paesi, anche europei, di forte immigrazione.

In conclusione, sembra logico affermare che pure l’economia immobiliare italiana abbia bisogno di lavoratori immigrati, non solo per attività di bassa-media qualificazione. Tale immigrazione può essere regolata attraverso procedure di selezione nei Paesi di origine e corridoi legali per l’arrivo degli immigrati nei Paesi europei, anche ai fini del loro inserimento in un circuito virtuoso di lavoro.
È questo l’ obbiettivo del Global Compact for Safe, Human and Orderly Migrations, approvato alla conferenza dell’Onu tenutasi lo scorso dicembre a Marrakech.

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