Liolà: Francesco Bellomo crea un affresco della Sicilia di Pirandello.

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Serata importante e applauditissima al Festival di Peccioli, dove è andato in scena Liolà, curato da Francesco Bellomo.

Il regista, con mano sapiente ed illuminata, ricolloca il periodo storico negli anni ‘40, quindi in una situazione ambientale e temporale differente da quelle previste dal testo. Il risultato è spettacolare, una commedia molto bella, di una armonia, d’una precisione, di un’unità, d’una coralità esemplari; ricca di particolari deliziosi e d’invenzioni geniali.  Si evidenzia inoltre nella messa in scena di Bellomo, un gusto raro della composizione e del quadro, facilitati dagli azzeccati costumi e dalle stupende scene di Carlo De Marino, d’un biancore accecante, immerso, ora nel nitido azzurro del mattino, ora nel caldo fuoco del tramonto, ora nella liquida trasparenza della notte lunare, che grazie alla sapiente creatività  del direttore della fotografia,  Giuseppe Filipponio, diventano veri e propri affreschi.

Una concertazione magistrale, anche se fondata su due compromessi, un linguaggio e, di conseguenza, una recitazione in cui si sono fatte coesistere, le due versioni della commedia: quella in vernacolo siciliano e quella in lingua; ma l’interesse principale della rappresentazione consiste nel deliberato e coerente spostamento, operato dal regista, con piglio cinematografico, verso una tonalità e un significato perfettamente in linea con il pensiero pirandelliano, realizzando una commedia divertente ma  non priva di momenti drammatici (sicuramente di grande impatto il finale) e  sottolineature crudeli, che le conferiscono  una dilatazione e un’importanza insospettate estranee alla impostazione tradizionale. Giulio Corso, è un Liolà perfettamente in parte, anche per età, che raggiunge, grazie alla sua esuberante poliedricità artistica (canta, balla e recita ottimamente), delle vette interpretative di alto livello.  Bravo, Enrico Guarneri, verità fatta teatro e non viceversa, il quale da una configurazione moderna al personaggio di Zio Simone, usando un linguaggio meno dialettale, conferendo maggiore ironia e apparente autorevolezza, al personaggio. Un’altra interpretazione vera, d’un fuoco e di un’impetuosità eccezionali è quella di Anna Malvica una efficace Zia Croce, nel segno della migliore tradizione attoriale. Interessante la performance, di Roberta Giarrusso,   una Tuzza tutta nervi e temperamento. Mentre Caterina Milicchio, interpreta con sorniona leggerezza e garbo interpretativo, il ruolo di Mita, non immune anche dalla bramosia della “roba”. Ileana Rigano, tratteggia il personaggio della Zia Ninfa, alternando dolcezza e determinazione. Non vanno dimenticate le altre due caratteriste , Alessandra Falci, una Moscardina effervescente ed intrigante, e Margherita Patti  una Zia Gesa spigolosa e divertente. Accanto a loro le tre colombelle, Sara Baccarini, Giorgia Ferrara e Federica Breci, che con la loro euforia,  ben si inseriscono in questo spettacolo, di cui sentiremo sicuramente parlare.

Stefano Zaccaria