L’appalto Ama sui 264mila abiti da lavoro degli operatori nelle mani del Consiglio di Stato

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Ama ha finalmente ritrovato la sua governance con la nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione, anche se manca ancora l’Assessore competente e l’approvazione del bilancio 2017 cui sono appese le sorti finanziarie della società nei confronti di banche e fornitori.

Che questo passo obbligato dal punto di vista giuridico (come l’approvazione del bilancio) sia sufficiente a liberarci dai cumuli di monnezza sui quali banchettano allegramente gabbiani, ratti e proliferano le blatte, è difficile a dirsi. Quantomeno dovrebbe allontanare l’ipotesi di un concordato stile Atac che avvierebbe l’azienda verso lo spacchettamento dei servizi a gruppi non necessariamente del tutto privati (Acea, Hera o altri), che sarebbe in fondo la soluzione finale e forse auspicabile.

Ovviamente i quasi 8.ooo dipendenti dell’azienda si preoccupano di questa situazione di incertezza e talora minacciano agitazioni che sarebbero davvero un toccasana soprattutto nel periodo estivo su cui già incombe lo spettro dell’emergenza sanitaria.

Ma fra le preoccupazioni che circolano fra i lavoratori ce n’è un’altra che può apparire irrilevante ma che, a ben vedere, ha anch’essa caratteristiche che potremmo definire igienico/sanitarie: quella dei loro indumenti da lavoro.

Proviamo a riavvolgere il nastro. Ad aprile davamo notizia (link all’articolo) di un bando milionario dell’ottobre 2017 riguardante la procedura aperta per l’affidamento del servizio di noleggio, lavaggio, manutenzione, fornitura e logistica del vestiario del personale Ama per un periodo di 48 mesi. Tecnicamente definiti “dispositivi di protezione individuale” sia invernali che estivi. Parliamo delle divise da lavoro che devono indossare tutti gli operatori e che li preservano dalle intemperie e dai rischi connessi alla loro attività

Un appalto originariamente di quasi 19 milioni di euro vinto a febbraio dello scorso con il 40% di ribasso da Adapta di Pomezia per un valore complessivo di poco più di 11 milioni.

Il ribasso è in realtà del 49%, se si considera che in gara è previsto un ulteriore 9% di sconto se i capi non lavati superano il 20% (vale a dire sempre).

Un contesto “particolare” in cui solo il terzo in graduatoria ha deciso di ricorrere innanzi alla giustizia amministrativa (il secondo, caso strano, ha deciso di non fare ricorso avverso l’aggiudicazione di un appalto così importante, pur avendone tutti i diritti e la possibilità).

I motivi di ricorso spaziano dalla mancanza della documentazione attestante le analisi finali sui tessuti forniti, al ritardo nella consegna della campionatura dei tessuti stessi alla Commissione di Collaudo e infine all’impossibilità di accedere agli atti, soprattutto per visionare la campionatura della società che ha vinto la gara. Su questi abiti da lavoro, insomma, aleggia il mistero (altra stranezza): non si possono vedere né verificare. Bisogna fare un atto di fede.

Ma avranno fede gli operatori? 

Respinto il ricorso al Tar, Ama avrebbe già dato l’avallo al subentro del nuovo aggiudicatario che pare non tener conto dell’appello presentato al Consiglio di Stato, che non ha ancora nemmeno fissato l’udienza per la trattazione di merito 

Che succederebbe quindi se entrasse adesso un nuovo affidatario e poi, magari tra qualche mese, il Consiglio di Stato ribaltasse le sorti della gara, annullandola?

Ama dovrebbe mettere mano al portafoglio per ripagare ad Adapta gli oltre 264.000 indumenti per gli operatori addetti al servizio di raccolta rifiuti, di cui, ha iniziato già a prendere le taglie.

In pendenza di un giudizio di fronte al Consiglio di Stato, che potrebbe rivelarsi anche avverso, il subentro di un altro aggiudicatario si potrebbe rivelare quindi molto rischioso.

Non solo, ma che ne sarà dei 26.000 abiti da lavoro che dovrebbero venir forniti e di volta in volta  puliti ed eventualmente sostituiti? Probabilmente sarà il Consiglio di Stato a scrivere l’ultimo atto di questa vicenda.

Giuliano Longo

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