Comune di Roma: il commissario Matteo Orfini, uomo del Pd romano

Il leader dei "giovani turchi" Pd e presidente del partito nazionale non è un "innesto esterno"

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Era inorridito ieri Matteo Renzi a Bersaglio Mobile su la 7 da tutta la vicenda del ‘Mondo di mezzo’ di Carminati/Buzzi, tanto da esclamare che dal fosco quadro emerso dalle indagini mancavano solo «Jack lo squartatore ed il mostro di Lockness.» Iperbole efficacissima per descrivere lo sgomento del premier che subito dopo annunciava la sostituzione dell’attuale segretario del Pd Lionello Cosentino con il giovane Matteo Orfini. In verità era stato lo stesso Orfini a proporre il repulisti romano anche con «un innesto esterno», ma la situazione deve essere precipitata dopo il colloquio fra Renzi e Cosentino che questa mattina approvava la decisione del ‘capo’ rassegnandosi al suo mesto declino.

NESSUN NOME COLLAUDATO – Renzi ha parlato anche di consultazione con il partito romano che avrebbe dato il via all’operazione senza indicare, tanto per fare alcuni esempi, se siano stati consultati il segretario regionale Melilli o Gasbarra e Gentiloni sempre presentissimi nelle romane cose, oppure Nicola Zingaretti. Fatto sta che che la decisione era inevitabile anche se quello di Orfini non è proprio un ‘innesto esterno’, anzi appare internissimo agli intrecci politici tutti romani. Nato nel ’74, diventa segretario della sezione Ds di Piazza Mazzini, dove conosce Massimo D’Alema. Considerato il leader della corrente dei Giovani turchi con Fassina e Orlando, è stato responsabile delle relazioni istituzionali della Fondazione Italianieuropei. La fondazione di D’Alema appunto.

CRESCIUTO IN ITALIANIEUROPEI – Nella quale apprende di politica da una buona scuola, tanto che approda alla commissione cultura del partito. Il “Foglio” di Ferrara, che di ‘comunisti’ se ne intende, riferisce che una volta eletto a Montecitorio nel 2013, aveva chiesto di avere lo scranno numero 26, addirittura quello di Togliatti, che gli fu negato. Qualcuno ricorderà le sue assidue presenze in Tv (mentre Bersani sprofondava nell’impossibilità di formare un governo) sempre con il piglio sarcastico del suo maestro. Poi dopo le primarie vinte da Renzi, l’illuminazione che lo porta a sostituire l’affranto Cuperlo come presidente di un’assemblea piadina, teoricamente in rappresentanza dell’esigua minoranza Bersanian/ D’Alemiana, di fatto come fedele supporter del leader trionfante.

DIRIGENTE ROMANO – Ma Orfini è soprattutto un dirigente che si è formato a Roma, condividendo lo scontro fra le varie correnti, schierandosi con i neo bersanian/d’alemiani di Bellini e Mancini che da poco avevano preso le distanze dalla corrente di Marroni, ma tutti oggi sulle posizioni del premier. Il che ha fatto arricciare il naso a qualcuno che individua nella fulminante decisione di Renzi una scelta politica di campo fra gli schieramenti romani che Orfini dovrebbe azzerare conoscendone i riposti meccanismi di potere. E’ pur vero che il partito virtuale del procuratore Pignatone, cui tutti stanno aderendo con grande entusiasmo, sta polverizzando schemi di gioco, feudi e rifugi di consenso sicuri, ma non è detto che Orfini abbia vita facile per quella “rifondazione” del partito romano auspicata da Renzi. L’unico messo in sicurezza dopo le retate della Procura appare per ora Ignazio Marino che di questo Pd capitolino conosceva, e tanto meno condivideva, poco o niente. Il sindaco vedrebbe quindi confermate le proprie diffidenze, ma potrebbe essere una vittoria di Pirro perché prima o poi bisognerà pur andare a votare. E allora….

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